Monti tra colossi non così colossali

“Suggerirò a tutte le autorità e alla business community nazionale di investire in Italia”, ha detto ieri il presidente della Repubblica popolare cinese, Hu Jintao, rivolgendosi al premier italiano Mario Monti. Così, mentre sempre più economisti tratteggiano scenari incerti per il futuro dei colossi asiatici, Monti ha ottenuto da Pechino il primo suggello ufficiale per la sua missione asiatica. L’obiettivo della visita del premier che si conclude il 2 aprile, infatti, resta quello di convincere gli investitori internazionali dei progressi economici del nostro paese.
28 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 09:11 | 22 AGO 20
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“Suggerirò a tutte le autorità e alla business community nazionale di investire in Italia”, ha detto ieri il presidente della Repubblica popolare cinese, Hu Jintao, rivolgendosi al premier italiano Mario Monti. Così, mentre sempre più economisti tratteggiano scenari incerti per il futuro dei colossi asiatici, Monti ha ottenuto da Pechino il primo suggello ufficiale per la sua missione asiatica. L’obiettivo della visita del premier che si conclude il 2 aprile, infatti, resta quello di convincere gli investitori internazionali dei progressi economici del nostro paese. Ieri l’ex commissario Ue è arrivato a Tokyo, dove incontrerà in queste ore il primo ministro (Yoshihiko Noda) e il ministro delle Finanze (Jun Azumi), ma prima di lasciare Seul ha detto: “Ho notato in tutti gli interlocutori una grande informazione e attenzione per l’evoluzione recente della politica e dell’economia italiana. E’ una considerazione molto positiva sul tema dei possibili maggiori investimenti in Italia”. Positivo, secondo Palazzo Chigi, è il fatto che questa “grande attenzione” si vada consolidando negli Stati Uniti: ieri il presidente Barack Obama ha espresso la sua soddisfazione direttamente a Monti, mentre il Wall Street Journal paragonava l’ex presidente della Bocconi alla Thatcher. E soprattutto è positivo che la stessa attenzione inizia a diffondersi anche in Asia. E’ soprattutto da lì, d’altronde, che dal 2008 continua a venire la spinta più forte alla crescita globale.

Eppure lo stesso premier, subito prima di partire per la sua missione in oriente, ha ascoltato le parole piuttosto scettiche sulle economie asiatiche pronunciate da Luigi Zingales, in occasione del Forum di Cernobbio organizzato sabato scorso da Confcommercio e Ambrosetti. L’economista dell’Università di Chicago non può essere accusato di pessimismo cronico, visto che tra qualche settimana uscirà in America un suo libro – intitolato “Un capitalismo per il popolo” – nel quale avanza proposte per resuscitare il “genio” americano che crea “prosperità”. Eppure, come emerge dai documenti sui quali ha basato il suo intervento a Cernobbio e che il Foglio ha letto, sulle sorti del miracolo asiatico è dubbioso.

Sul futuro di Tokyo, per esempio, Zingales ripete quello che dice un suo collega: “Sapete qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia? Qualche anno”. E “non è una battuta”, precisa subito dopo. Statistiche e grafici analizzati dall’editorialista del Sole 24 Ore spingono a non farsi ingannare dai bassissimi rendimenti offerti oggi dai bond giapponesi. In Giappone il rapporto debito/pil, per esempio, dal 1990 a oggi è cresciuto in maniera molto più rapida che in qualsiasi altro paese industrializzato (Italia inclusa). Poi c’è il tasso di crescita discendende dagli anni 50 a oggi.
Fino al 1973 il pil nipponico è cresciuto a un ritmo annuo del 9,2 per cento, dal 1974 al 1990 la media si è abbassata al 3,8 per cento, e dal 1991 ai primi anni 2000 all’1,3 per cento. Ancora più preoccupante, secondo Zingales, è il fatto che la demografia remi decisamente contro lo sviluppo giapponese. Se è vero che la crescita del pil è spiegata dal combinato disposto di tre fattori (crescita della popolazione, del tasso di partecipazione della forza lavoro e della produttività individuale), l’economista di Chicago osserva che, dagli anni Sessanta a oggi, tutti questi valori in Giappone sono crollati. L’aumento della popolazione si è praticamente azzerato (dall’1 per cento annuo a 0,02 per cento), idem per l’incremento del tasso di partecipazione della forza lavoro (dall’1,03 per cento annuo a meno 0,49 per cento) e la crescita della produttività (passata dal 7,77 per cento del 1955-1970 all’1,34 per cento nel 2000-2010). Oggi, inoltre, sta per andare in pensione un’enorme schiera di ex giovani che iniziò a entrare nel mercato del lavoro negli anni 50 e 60. Il problema è che statisticamente il tasso di risparmio dei cittadini raggiunge il picco a 60 anni, poi non fa che calare. Nel momento in cui questa fascia di popolazione andrà in pensione e smetterà di risparmiare – è il ragionamento di Zingales – il Giappone dovrà rivolgersi ai mercati internazionali per finanziare il suo enorme debito pubblico. E allora saranno guai, non solo per Tokyo: “La sua crisi non potrà che avere un impatto internazionale”.

La demografia dovrebbe allarmare anche Pechino, il cui miracolo economico finirà (“non è questione di ‘se’ ma di ‘quando’”), visto che il “favoloso” aumento di produttività dovuto al trasferimento di forza lavoro dall’agricoltura all’industria si sta già esaurendo. Non solo: secondo l’economista di Chicago, l’ex impero celeste deve confrontarsi con un tasso di risparmio troppo elevato (dovuto a salari bassi e a imprese statali non efficienti), con un settore finanziario disastrato e che a differenza del settore manifatturiero non è abituato a stare sul mercato. Oggi, insomma, Monti e l’Italia sono rassicurati da Tokyo e Pechino, ma presto l’Europa potrebbe scoprire che la mano tesa dall’Asia è troppo debole.